Vino e Vigne biologiche – Convegno UNIVPM ed AIS Marche

Il 21 Aprile scorso, presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari ed Ambientali, si è tenuto un interessante convegno sulle tecniche biologiche in vigna ed in cantina.

Tecniche Biologiche in Vigna ed in cantina

Sono intervenuti docenti dell’Università Politecnica delle Marche, esperti e tecnici di importanti realtà vitivinicole marchigiane e dell’A.S.S.A.M. (Agenzia Servizi per il Settore Agroalimentare delle Marche).

Si è partito considerando il cambiamento dei vini negli ultimi anni: a cosa è dovuto? Come sta evolvendo l’enologia, in seguito alla sempre maggior richiesta e produzione di vino biologico (ma anche biodinamico/naturale, ecc…)?

La superficie vitata a bio ha superato i 4.000 ettari nelle Marche. L’interesse dei viticoltori è in crescita e si sposa con il discorso della sostenibilità.

Sandro Nardi, del servizio fitosanitario regionale ASSAM, ha poi iniziato il suo intervento, concentrandosi sui prodotti ammessi in regime di agricoltura biologica: questi hanno persistenze minori rispetto a quelli usati nella tradizionale o nell’integrata e, dunque, necessitano generalmente di un numero maggiore di interventi.

La viticoltura biologica nelle Marche è in aumento e il nuovo Piano di Sviluppo Rurale ha allocato risorse dedicate proprio a questo settore. È dal quadro normativo che si desumono gli interventi che si possono fare in campo.

L’allegato 2 del regolamento CE 889/2008 è molto dettagliato al riguardo, elencando tutti gli  antiparassitari autorizzati in agricoltura bio.

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Generalmente, le molecole devo esser ottenute da estratti naturali e non da sintesi chimica.

Feromoni, piretrine naturali (estratti da piante tipo il crisantemo), olii vegetali, microrganismi, sostanze di origine organica ed inorganica (con limitazioni sui quantitativi per anno e per ettaro); poi vi sono sostanze corroboranti, che si possono utilizzare in abbinamento ad altri prodotti oppure con finalità collaterali, ma non con scopo primario.
Le possibilità ammesse in bio sono, ovviamente, in evoluzione e ogni anno bisogna ricontrollare la lista di prodotti ammessi ed autorizzati.

Le avversità principali sono costituite da:

crittogame –> peronospora (contrastabile con sali di rame, prodotti alternativi al rame, come l’olio d’arancio dolce. Da mezzo kg a due kg li di prodotto per ettaro per unico intervento, ma non più di 6 kg di prodotto all’anno);
 oidio (zolfi bagnabili o polverulenti);
⁃ botrite (alcuni bacilli e bicarbonati di potassio. Rame e zolfo in parte);
 mal dell’esca.

Ha preso poi la parola il professor Gianfranco Romanazzi (docente di patologia vegetale) che è intervenuto ribadendo subito un concetto molto importante: gli apporti di prodotti fitosanitari sono maggiori in agricoltura bio rispetto a quelli dell’agricoltura tradizionale ed integrata; 6 kg per ettaro per anno di rame sono il limite consentito.

Vi sono poi altri prodotti che si possono utilizzare: sono possibili tentativi con polvere di propoli più rocce che si è visto poter portare anche ad una riduzione di circa il 50% delle malattie, mentre col rame la riduzione arriva, spesso, ad oltre il 90%.

Il rame si accumula e resta sul terreno e sul legno di potatura anche mesi dopo i trattamenti.

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Poltiglia bordolese ed idrossido di rame sembrano i prodotti più efficaci, nelle annate scarsamente piovose. Interessante il chitosano che protegge da peronospora ed induce resistenza nelle piante, soprattutto nelle annate piovose.

E’ stato poi il turno della professoressa Paola Riolo (docente di entomologia generale ed applicata) che ha parlato di due “odiosi” parassiti della vite: la tignoletta e Scaphoideus titanus.

Lobesia botrana è un lepidottero tortricide che depone un uovo all’interno dell’acino. Svolge tre generazioni all’anno: di conseguenza tre volte all’anno si ha il pericolo di danni, prima sui fiori e poi sugli acini. Gli adulti sono attivi a temperature superiori ai 15°C (con un optimum di 25°C) ed umidità relativa del 40/70%. Le larve possono causare danni anche all’olivo.

I danni sugli acini sono poi utili per Botritis cinerea, che può sfruttare i fori sugli acini per penetrare ed ammuffirli. La pioggia ostacola i voli di queste farfalline ed estati calde e secche ne ostacolano lo sviluppo (umidità relativa inferiore a 40% e temperature superiori a 30°C). Bisogna fare rilevamenti della presenza degli adulti piazzando trappole a feromone specifiche per i maschi. Così si realizzano le curve di volo che danno indicazioni su quando eseguire i trattamenti, osservando al contempo i danni sui fiori e sugli acini. La soglia di intervento è il 5%. Confusione sessuale con erogatore di feromone sintetico.

Altro mezzo di contrasto è il Bacillus thuringensis che deve intervenire sulle larve appena sgusciate.  In ultimo si possono usare specifiche neurotossine.

Per quanto riguarda S. titanus, invece, i trattamenti sono da effettuare nelle ultime fasi giovanili, generalmente verso giugno, con le Piretrine.

E’ intervenuto poi Gabriele Tanfani (Agronomo dell’Azienda Bucci) che ha voluto precisare subito che il vino biologico è l’unico normato dal legislatore a livello comunitario.
“Oggi ci sono dei contributi per chi fa biologico, ma quanti sono quei produttori che lo hanno fatto per scelta e lo avrebbero fatto anche senza contributi?” Quesito interessante che ha poi stimolato una piacevole tavola rotonda.

Concimazione, potature ed inerbimento: la vite deve mangiare poco ed esser sana.

Il biologico, se fatto seriamente, permette di esaltare le caratteristiche di un territorio perché ne limita al massimo le possibili “alterazioni esterne” dovute alla chimica.

Giuliano D’Ignazi (Enologo dell’Azienda Moncaro), ha iniziato il suo intervento da una considerazione: la crescita del 280% del biologico negli ultimi 10 anni. La prima normativa comunitaria sulle coltivazioni biologiche risale al 1991, la normativa CE 203/2012, invece, riguarda le tecniche di vinificazione.

Si è passato da una enologia “curativa” ad una preventiva. L’utilizzo delle biotecnologie è in crescita anche nella viticoltura tradizionale e, in generale, l’utilizzo della chimica sta diminuendo perché non consente di fare una vera qualità e non è rispettoso dell’ambiente.

Il vino è un bene di piacere, che deve emozionare, quindi il vino biologico deve essere piacevole e gustoso almeno quanto quello non biologico.

10 mg/l di solforosa sono il limite per non inserire la dicitura “contiene solfiti” in etichetta. Limite difficile da non superare anche per chi fa biologico.

Tutte le aziende di questo settore hanno controlli documentali, con riscontri analitici sul campo e sul vino. Se non si costruisce la qualità in campagna, con uve sane, l’enologo non può fare miracoli in cantina ed il risultato finale sarà comunque mediocre e necessiterà di maggiori trattamenti.

Giuseppe Camilli (Responsabile settore vitivinicolo ASSAM), si è invece concentrato sula sostenibilità che deve essere economica, ambientale e sociale.

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Utilizzando alcuni dati riportati da infowine.com, Camilli ha parlato di sostenibilità come di un percorso in cui non vi è un punto di arrivo: col progredire delle conoscenze, si potranno avere sempre più prodotti maggiormente sostenibili.

Il dibattito si è avviato alla conclusione con un “ping pong” tra Marco Menghini (presidente associazione agronomi marche) e la professoressa Oriana Silvestroni che hanno parlato dell’importanza di una corretta gestione del vigneto possibilmente fin dall’impianto. Il vino biologico deve essere piacevole e forse anche di una qualità sensoriale maggiore rispetto a quello da agricoltura convenzionale perché l’uva dovrebbe esser ancor di più segno del territorio di provenienza.

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Esistono oltre 20 enti certificatori, il cui codice è riconoscibile dalla sigla “Lit bio” riportata sull’apposita etichetta del biologico, ma la cosa più importante resta sempre quella di conoscere le cantine e capire se queste stanno facendo biologico per scelta etica od economica, in quanto l’approccio, almeno in prima battuta, è sensibilmente diverso.

Il futuro potrebbe essere l’utilizzo sempre maggiore di varietà ibride di vigna maggiormente resistenti ad oidio e peronospora che potrebbero essere una soluzione per ridurre l’impatto ambientale dei trattamenti.

Discorso diverso è per il biodinamico che non è necessariamente garanzia di una maggior qualità, ma solo del rispetto di una determinata filosofia. Prima bisogna essere biologici e poi certificarsi Demeter per entrare nel novero dei produttori biodinamici, i cui prodotti finali si avvalgono esclusivamente  dell’uso di lieviti indigeni, riprodotti di anno in anno e non liofilizzati.

Un pomeriggio di vera “CulturAgroalimentare” che si è concluso nel migliore dei modi: un piccolo rinfresco, accompagnato da vini tutti rigorosamente bio, di Aziende Marchigiane.

Come sempre, tutte le foto di questo evento sono disponibili sulla Pagina Facebook di CulturAgroalimentare.com cliccando qui.

#LifeInNorway – Gli Amici del Vino (seconda puntata)

Con questo post archivio ufficialmente gli ultimi appunti legati alla mia vita norvegese: non potevo, infatti, lasciare in sospeso una serata (la mia ultima serata all’interno del mitico gruppo degli “amici del vino”) durante la quale ho avuto modo di fare un po’ il “burattinaio”, coordinando un blind tasting che è stato davvero divertente e stimolante.

Per il secondo incontro degli “wine fellas”, ci siamo concentrati sui vini rossi, lasciandoci la libertà di provare a stupirci.

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4 italiani, 2 norvegesi e 2 francesi a degustare vini da tutto il Mondo, partendo dalla Spagna:
Lalama Ribeira Sacra, annata 2012, 12,5 gradi alcolici.
Menchia (90%) e Granacha (10%) i vitigni utilizzati per realizzare questo vino rosso tendente al violaceo, limpido ed abbastanza consistente, con un naso abbastanza complesso, intenso, ma non particolarmente fine. Sentori eteri di frutta sotto spirito e mora, per lo più i profumi percepiti.
Al gusto è secco, caldo, morbido, fresco, abbastanza tannico, abbastanza sapido, abbastanza intenso ma non molto equilibrato e non particolarmente persistente.
Insomma, un vino con troppi “abbastanza”, che, alla fine, non si lascerà ricordare.

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– Il secondo vino della serata è stato una gradevole sorpresa.
Etichetta e nome stravaganti: Pomin’Roll. Vendemmia 2014 e 13 gradi alcolici per questo “Grand Vin de Bordeaux”, dal colore rosso rubino intenso, limpido e consistente.
Intenso anche al naso, complesso e fine, regala profumi di mora, lampone, spezie leggere ed una nota alcolica dolcemente pungente.
In bocca è secco, caldo, morbido, fresco, con un tannino morbido, una bella sapidità ed un equilibrio interessante.
Di corpo ed elegante. Vino che supera tranquillamente gli 80 punti.

– Col terzo vino ci siamo spostati in Italia, per un prodotto piuttosto commerciale in Norvegia: il Piemonte Barbera DOC “Silenzio”, dell’azienda Pietro di Campo.
Annata 2015 e 13 gradi alcolici, la sua gioventù si palesa già nel bicchiere, con un rosso rubino tendente al violaceo, limpido e consistente.
Intenso, abbastanza complesso e fine, al naso regala note di prugne, marmellata di ciliegia e profumi riconducibili alla famiglia dei tostati (cioccolato e liquirizia in primis),
In bocca è secco, ma con un retrogusto molto morbido che ne affievolisce anche la percezione tannica, è gradevolmente caldo, fresco, con un buon corpo, fine ed armonico.
Media la persistenza, un Barbera piuttosto “scolastico” e “piacione” che potremmo definire “senza infamia e senza lode”; può risultare gradevole su formaggi a media stagionatura, gustati assieme a marmellate.

– Ci spostiamo ora in California per quello che è stato (a mio avviso, ma non solo) il vino della serata: Beringer Cabernet Sauvignon del 2015. 13,5 gradi alcolici ed un vino di colore rosso rubino intenso, quasi purpureo, impenetrabile, limpido e consistente.
Al naso è intenso, complesso e fine, in continua evoluzione all’interno del bicchiere: profumi tostati (liquirizia), speziati (cannella), floreali (violetta), fruttati (marmellata di ciliegia).
Secco, caldo, morbido…vellutato in bocca; fresco, sapido e con un tannino setoso. Buona anche la persistenza ed interessante l’evoluzione nel bicchiere. Piacevole la beva (leggermente vanigliata) ed il gusto che lascia in bocca. Un vino fine, equilibrato, elegante, da sposare con carni elaborate e verdure grigliate.

Come ultimi due vini della serata, ho deciso di lasciare ai miei “fellas” un confronto tra Pinot: uno Neozelandese ed uno Californiano.

– Il primo è il Matua, Pinot Noir Marlborough, annata 2015 con 13 gradi alcolici. Dal colore rosso porpora scarico, limpido e consistente, ha un naso intenso ma non particolarmente complesso, con una discreta finezza. Necessita di tempo per aprirsi e rilasciare note di ciliegia, pepe leggero, rosa, fragola.
In bocca è secco, caldo, morbido, molto fresco, con un tannino leggero, sapido, ma un po’ sbilanciato verso le parti dure. Lascia una bocca gradevole anche se, probabilmente, potrebbe esprimere qualcosa in più con un’ulteriore periodo di evoluzione in bottiglia. Da rivedere.

– Diverso il discorso per l’ultimo vino della serata: La Crema Monterey, Pinot Noir del 2014 con 13,5 gradi alcolici. Un bel rosso rubino di media intensità risalta nel nostro bicchiere, limpido e consistente. Anche in questo caso il vino necessita di tempo per aprirsi e farsi apprezzare, rivelando così un naso intenso, abbastanza complesso e fine, in cui risaltano la ciliegia, le spezie (pepe) ed i tostati (tabacco).
Secco, caldo, morbido, fresco, abbastanza tannico e sapido, questo vino ha fatto barrique e si sente.
Di corpo, fine e persistente, porta con se anche al gusto la lieve nota di pepe già percepita al naso. Gradevolissima.
La bocca è asciutta dopo aver bevuto questo vino e allora subito l’associazione coi piatti grassi viene da sè: piatti saporiti, aromtaitici, ma non troppo complessi potrebbero essere in grado di esaltare questo vino.

Insomma, una serata che, casualmente, ha visto la California “mostrare i muscoli” e proporci due vini davvero molto interessanti, di gran lunga i più meritevoli di un plauso.

Ora che sono tornato in Italia non sarebbe male creare un nuovo gruppo di “Wine Fellas” su Ancona e provincia per provare a continuare a “giocare col vino”…ma in maniera seria…
Any volounteers?

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21.04.2017 – Convegno “Vino e Vigne Biologiche” (Ancona)

Il tema del biologico è sempre più d’attualità anche nel comparto vitivinicolo, per questo l’Associazione Italiana Sommelier ha pensato di parlarne in un incontro con esperti che ne illustreranno alcuni aspetti fondamentali.

Tecniche Biologiche in Vigna ed in cantina
La tavola rotonda si terrà venerdì 21 aprile dalle ore 15:00, all’Università Politecnica delle Marche, Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari ed Ambientali, presso l’aula azzurra.

Chiunque fosse interessato a questi temi è invitato a partecipare.

#ApprofondimentEnologici – Francesco Scacchi e la spumantizzazione

#ApprofondimentEnologici – La spumantizzazione: il metodo Scacchi
di Simone Schiaffino

Tra i vari esperti del settore vitivinicolo esiste un gran contendere sull’attribuzione del merito della scoperta del metodo di spumantizzazione del vino.

17455040_963577393778801_1854032632_oSenza dubbio noi italiani abbiamo dato un grande contributo alla scoperta del principio della rifermentazione che è la base produttiva dei moderni spumanti.
Ai francesi va comunque il merito di aver prodotto gli Champagne tramite rifermentazione in bottiglia e di averli resi celebri nel mondo.

Dom Perignon, abate vissuto tra la seconda metà del 1600 e la prima metà del 1700, padre dell’omonimo spumante francese è sicuramente nato dopo il monaco benedettino Francesco Scacchi che nel “De Salubri Potu Dissertatio” (“Del bere sano”) datato 1622 teorizzò i vantaggi della conservazione del vino delineando le basi della preparazione dell’attuale spumante e confermando, così, una tradizione centenaria comunque evolutasi nel tempo.

Nel capitolo XXI di tale libro Francesco Scacchi scrive: “ I più ricchi cittadini non contenti di quel sapore, che la natura stessa è solita dare ai vini a seconda della loro diversità, cercano di ottenere con qualche artificio nei vini un nuovo sapore e usano grande diligenza affinché il vino sia aspro o come dicono frizzante, infatti questo supera tutti gli altri in bontà.

Questa proprietà di solleticare e pizzicare tocca al massimo grado al vino preparato con uva passita”.

Lo stesso Scacchi ci dà lezioni di sommellerie scrivendo: “Quando il vino è versato in un recipiente di vetro, come se fossero stati aperti dei fori, quelle esalazioni che prima erano costrette a rimanere inerti, fanno impeto e subito si portano in alto, di modo che in quel veemente movimento appare in abbondanza anche una certa spuma sulla superficie del vino”.

In ultimo ne traccia un analisi sensoriale con questa frase che mi affascina tantissimo: “Versato in un vaso, si vede che per l’impeto delle esalazioni schizzano fuori, sprizzano, si muovono e nel berli si sente che sono dolcemente frizzanti, poiché il gradito e piacevole aroma dei vini viene portato dall’impeto delle esalazioni nell’organo del gusto con tanta forza che per il piacevole e gradito aroma e per l’impeto delle esalazioni nasce la soave sensazione del frizzante.”

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E voi che ne pensate? Amate le bollicine? E preferite quelle francesi o quelle italiane? Oppure altre ancora?? Fatecelo sapere con un commento qui o
sulla nostra pagina Facebook.
Cin Cin!!

#LifeInNorway – Gli Amici del Vino (prima puntata)

Abitare in un Paese che non produce vino, come la Norvegia, può esser visto anche in modo positivo: ho una certa imparzialità nei confronti dei prodotti che mi vengono proposti al Vinmonopolet (o allo shop dell’Aeroporto per i voli internazionali).

Si perché Francia e Italia sono indubbiamente i leader di mercato, per volumi e varietà di prodotti, ma, specie se si visita un negozio abbastanza grande, quasi tutti i Paesi produttori hanno un minimo di spazio a scaffale. Il sito ufficiale del monopolio, inoltre, permette l’acquisto di qualsiasi referenza a catalogo, quindi, considerando sempre la necessità di una certa disponibilità economica, si è relativamente più liberi da condizionamenti pregressi, quando si decide di provare qualcosa di nuovo.

O almeno, di tutto ciò ha provato a convincermi un ragazzo francese, recentemente conosciuto all’interno del gruppo “gli amici del vino” in cui sono stato gentilmente coinvolto dal mio amico Roberto Giovanni Attolico.

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Lo scorso 23 Gennaio, a casa sua, infatti, si è tenuta la prima serata di degustazione con 5 vini, in 6 bottiglie e 7 persone, tutti, ovviamente, “enogastrappassionati” o comunque appassionati abbastanza competenti.

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Ci siamo divertiti a studiare un po’ il vitigno Chardonnay, confrontando un 2015 ed un 2012 australiani, con un 2013 della Borgogna, per poi passare ad un Aligotè dello stesso territorio francese, ma del 2015.
4 bianchi che hanno fatto da apripista al “pezzo da 90” della serata: il Taurasi DOCG “Radici” di Mastroberardino…
Ma andiamo in ordine, riavvolgiamo il nastro e cominciamo dall’inizio:

1) Chardonnay “Stella Bella” Margaret River 2015.
13°Alc.

Si presenta brillante alla vista, di colore giallo paglierino scarico e consistente.
Al naso è intenso, complesso e fine, con note minerali importanti e fiori gialli (come la ginestra), leggermente surmaturi.
In bocca è secco, caldo, morbido…quasi rotondo. Fresco e sapido, non è perfettamente equilibrato, ma da l’impressione di poter migliorare col tempo. Abbastanza persistente ed abbastanza armonico, ha nel complesso una buona finezza.

Un vino che sicuramente si può abbinare bene ad antipasti di pesce, verdure sott’aceto, formaggi a media stagionatura e speziati (tipo un bel pecorino al tartufo).
Vino che mi immagino di gustare in Italia, verso metà settembre, su di una terrazza in collina da cui godersi una bella vista sul mare…

2) Chardonnay De Bortoli Yarra Valley Villages 2012.
12,5° Alc.

Nel bicchiere si presenta brillante, giallo paglierino, consistente.
Abbastanza complesso al naso, intenso (più del vino precedente) e fine. Questo vino fa un periodo di affinamento in botti di quercia e ciò può aver contribuito a coprire un po’ gli odori che, in generale, sono riconducibili a quelli della famiglia olfattiva floreale (essenzialmente fiori gialli) ed erbacea.
All’assaggio risulta secco, caldo, morbido, abbastanza fresco e sapido. La sua acidità sembra iniziare a venir meno, il che non basta ancora per definirlo “sgradevole”, ma ci porta a sospettare che sia iniziata la fase discendente.

Da abbinare a formaggi piuttosto sapidi, in grado di dargli un po’ di quella “verve” necessaria a facilitarne la beva.

3) Chardonnay
Appellatiòn Bourgogne Controllee Terroir Noble 2013, Vincent Girardin.
13°Alc.

Brillante, di colore giallo paglierino con tenui riflessi verdolini, consistente.
Ha un naso complesso, abbastanza intenso e fine, con richiami erbacei (basilico, menta) e floreali.
In bocca, però, delude le promesse fatte al naso, con una acidità un po’ bruciante e l’assenza di quella “grippe” che stimola la beva. Un vino che si siede un po’ troppo e rischia di stancare subito.

4) Bourgogne Aligotè, Joseph Drouhin. Annata 2015.
12°Alc.

Limpido, giallo paglierino scarico, abbastanza consistente.
Intenso, abbastanza complesso ed abbastanza fine, con richiami alla frutta tropicale (ananas, pesca bianca) e alle note erbacee (menta).
In bocca è secco, caldo, abbastanza morbido, fresco, abbastanza sapido, non perfettamente equilibrato, poiché risaltano maggiormente le note dure. Un vino abbastanza persistente, abbastanza fine, abbastanza armonico, che si potrebbe abbinare bene a primi piatti a base di pasta con sughi bianchi con verdure.

5) “Radici” Taurasi DOCG Riserva 2007 Mastroberardino.
13,5 Alc.

Limpido, rosso rubino corposo, consistente.
Intenso, complesso e fine al naso, ricorda sentori fruttati di mora e lampone, ciliegia e liquirizia, sottobosco, spezie, tabacco…un vino che regala emozioni ad ogni respiro, invitandoci a farsi scoprire un po’ alla volta. Nonostante abbia già 10 anni è ancora giovane.

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Bocca piena, rotonda ed affascinante. Secco, caldo, morbido, fresco, con tannini forti ma non invasivi, sapido. Equilibrato e fine, con ulteriori margini di miglioramento, molto persistente ed armonico. Siamo davanti ad un vino importante, con almeno altri 10 anni per evolvere.

Da provare in abbinamento a piatti elaborati, paste al sugo, lasagne, cannelloni, piatti importanti a base di carne e selvaggina, ecc…

Una serata assolutamente piacevole, accompagnata da formaggi, taralli, olive, pomodori secchi e salumi italiani, conclusa con un buon bicchiere di Bourbon del Kentucky.

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E così per una sera, 3 italiani, 2 norvegesi e 2 francesi, tutti ad Oslo per lavoro, si son sentiti un po’ al centro del Mondo…

SKÅL!!

In alto i calici e….Skål!!

Si scrive “Skål“, si pronuncia “Skol”, si traduce….”salute” o “brindisi”!! E’ così che ci si augura il meglio quando si è tra amici, in occasioni di festa, in Danimarca, Svezia e Norvegia.

L’uso di questo termine si perde nella notte dei tempi e deriva dal nome di un recipiente, una coppa generalmente di legno, chiamata “skalar”, utilizzata per bere.
Il legno si preferiva al vetro per la sua resistenza e perchè, non potendosi rompere, garantiva l’impossibilità di procurarsi ferite.

Nel medioevo il brindisi aveva una grande importanza e serviva a suggellare le unioni in matrimonio, a celebrare un accordo raggiunto o a concludere il rito di giuramento al re.

Il termine è di orgine svedese, ma si è esteso alla Norvegia durante il XVII secolo ed è tutt’ora molto utilizzato!

Skål

Ricordatevo di usarlo, la prossima volta che volete fare un brindisi diverso dal solito….lasciando uscire lo spirito vichingo che è in voi…!!